…trovare il nostro punto di equilibrio

Partiamo da questa considerazione: nell’esperienza, ciò che non accettiamo permane, ciò che invece accogliamo si trasforma. Molti dei nostri conflitti e sofferenze nascono dalla non accettazione. Preferiamo dare più importanza a quello che non ci piace di noi, a quello che non vorremmo essere, utilizzando tanta energia nel tentativo di reprimere o di nascondere. Il punto é agli occhi del mondo noi vogliamo essere perfetti; non possiamo avere punti deboli, non ci deve essere macchia in noi, dove lo sguardo di qualcuno possa posarsi, esprimendo un giudizio negativo. Tutti cercano di essere solo “luce”, in continua corsa all’inseguimento di un modello di perfezione impostoci dall’esterno e che, irraggiungibile, crea solo delusione e avvilimento.
La perfezione è un qualche cosa di completamente innaturale; molti, analizzandosi si riconoscono come una rosa dal gambo di spine e dicono a sé stessi: voglio essere una rosa, ma senza il gambo di spine; anzi, pensandoci bene, voglio in realtà essere un tulipano. Questo è innaturale: la non accettazione di quello che si è porta a una profonda frustrazione, capace di creare blocchi e una costante lotta interiore, dalla quale non emergerà nessun vincitore, perché quando lotti contro te stesso disperdi soltanto la tua energia. Nella vita non potremo mai essere perfetti, o diventare quello che non siamo: l’unica possibilità che abbiamo è di essere naturali, e quindi di essere noi stessi. La rosa, nella sua naturalezza, sarà sempre perfetta, e così lo saranno la margherita, il tulipano, e tutto ciò che la natura crea. Lo stesso è per noi. Possiamo imparare ad amarci per quello che siamo, tanto nelle qualità quanto nei difetti, tanto per la luce che irradiamo, quanto per l’ombra che conteniamo. Iniziamo a riconoscere che in quella parte di noi che consideriamo debole, meschina, malvagia, maligna, c’è un grande potenziale di crescita e di trasformazione. L’ombra, altro non è che luce repressa. L’ombra, altro non è che il “noi” mal tollerato, e che spesso richiede la nostra attenzione emergendo dalle profondità del nostro essere semplicemente per chiederci di essere accolto e compreso. È quel “noi” che soffre per ingiustizia, rifiuto, abbandono, umiliazione, tradimento,… e che da queste ferite genera emozioni di rabbia, odio, paura, impotenza, inadeguatezza, senso di colpa, rimpianto, risentimento. Sono le parti di noi che discordano da quelle che invece amiamo e valorizziamo. È come se fossimo composti da un’orchestra dove ci sono strumenti accordati e altri no. Ma il direttore ha bisogno di ognuno di essi per dare forma a una grande opera musicale. Non potrà scegliere di dare spazio solo ad alcuni invece che altri, perché ne uscirà qualcosa di incompleto e innaturale. L’unica possibilità è di raggiungere l’armonia attraverso l’accordatura di ognuno di essi, e l’unione nel tutto. L’interezza viene raggiunta nel momento in cui ogni parte della persona trova equilibrio nell’intero, riconoscendosi come tale, e amando tutto ciò che è.
Mi piace ricordare l’immagine del visconte Medardo, proposto da Italo Calvino nel suo romanzo “Il visconte dimezzato”.

 

Il giovane visconte partecipa pieno di entusiasmo alla guerra contro i Turchi ma, nel corso della sua prima battaglia, viene ferito e diviso a metà da una palla di cannone. Una parte di lui, recuperata e curata, ritorna a casa: peccato che si tratti della metà cattiva di Medardo, subito soprannominato il Gramo per le terribili crudeltà che fa patire agli abitanti del suo paese. Nemmeno quando ritorna Medardo il Buono la situazione migliora, perché costui è noioso, petulante e nella sua infinita bontà disumano quanto l’altro. Solo la ricomposizione chirurgica delle due metà riporta la serenità a Medardo e al paese: ora che è un uomo intero è un miscuglio di cattiveria e bontà ma almeno è saggio, forte dell’esperienza delle sue due metà separate.
Jhonny
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